Manca qualcosa…sempre le stesse parole!

A sessant' anni dalla Autonomia Siciliana, prima ancora che fosse scritta la Costituzione Italiana, vedo la stessa atmosfera. Una strana aria di malinconia e di insoddisfazione vaga tra la gente e una sola domanda sulla Sicilia si pongono i politici italiani nei loro piccolissimi cervelli: che cosa è cambiato in Sicilia dal famigerato Risorgimento? E' una domanda più che lecitacui moltissimi non sanno dare una risposta concreta, dato che l'unica cosa che rimane, anzi si è rafforzata, è la Mafia. In più di cento quarant' anni di politica italiana cosa abbiamo visto noi siciliani? Che giovamento ha portato l'unificazione? Ormai ci sentiamo italiani perché ormai siamo parte integrante di un sistema socio-politico ed economico unico il cui fine è quello di accrescere la politica nazionale e non quella regionale. Ma come facciamo noi siciliani a lamentarci di uno stato di cose che ci è stato imposto con la forza all'inizio e che poi non abbiamo saputo ribaltare? Perché dobbiamo accettare questa politica che si fonda quasi interamente sul clientelismo e che conviene a pochi "eletti"? Come si può vedere da sempre la Sicilia è stata ai margini del mondo civile e civilizzato. Poche volte si è rialzata ponendosi un unico obbiettivo accettato da tutti i veri siciliani e molte volte è caduta in un baratro profondo come il Gran Canyon. Qual è il vero mondo civilizzato? Qual è il mondo civile? La quasi totalità dei politici moderni riconosce la vittoria del capitalismo sui "vecchi" ideali di socialdemocrazia e pone come fondamento della società occidentale la dottrina di Smith (dottrina dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, come diceva Marx). Ma come fidarsi di gente del genere che ha paura di restare senza soldi e che teme sempre di non avere privilegi e poteri tali da essere "liberi"? E stiamo parlando dell'estrema minoranza della popolazione! Ora, questo purtroppo è il sistema che domina l'intero mondo da una decina di anni a questa parte e, come disse Sciascia tempo fa, la Sicilia è il mondo.  E come si è sviluppata la Mafia in Sicilia? Quando? Compagni, non rimpiango i Borboni, tranquilli. All'interno di una società capitalista non si fa altro che creare malavita capitalista il cui fine non è solo il profitto ma anche lo sfruttamento. All' interno di un'Italia che si rassegna a un destino simile, è inevitabile che la Sicilia sia la più arretrata e la più in difficoltà. Ma bisogna precisare anche un'altra cosa, che siamo stati costretti ad accettare lo sfruttamento, coi fucili e coi cannoni, prima che con la Mafia. Come non ricordare i Fasci Siciliani, dei contadini e degli operai contro i latifondisti, repressi nel sangue dell'esercito italiano? Come non ricordare la strage di Bronte contro la rivolta dei vecchi agricoltori, ad opera delle truppe garibaldine guidate dal generale Bixio? Come non ricordare le varie leggi clienteliste dei primi anni del ‘900, che non fecero altro che aumentare il malcontento delle classi più povere e sfruttate da una parte e il potere dei proprietari terrieri e nobili dall'altra?. Come non ricordare le altre numerose repressioni delle rivolte contadine? Come non ricordare il bordello che fecero gli Americani quando sbarcarono in Sicilia? Come non ricordare la liberazione dalle carceri della vecchia borghesia mafiosa che successivamente fu messa a capo dell'isola per mano degli stessi americani? Come non ricordare lo stato di abbandono in cui la Sicilia si è ritrovata negli anni della DC? L'attuale Stato Italiano non trova un fondamento degno in questa terra. Ciascuna forma di potere deve essere messa in discussione e deve essere legittimata giustamente. L'Italia è stata una vera e propria maledizione per la Sicilia. La Mafia ha trovato pane morbido per i suoi denti in una società corrotta e capitalista come quella del Regno d'Italia, prima, e Repubblica Italiana, dopo. L'unico modo per cambiare le cose è quello di ribellarsi a un potere mafioso che si è nutrito continuamente degli scarti dello Stato Italiano, ribellarsi a un sistema che non è mai stato all'altezza della situazione che si è venuta a creare in Sicilia durante più di cento anni e creare un nuovo stato di cose, più giusto, equo e democratico. L'Italia si è svegliata troppo tardi e ha lasciato sola troppa gente che voleva questa terra libera. Ancora non si è accorto del male che fa questo sistema socio-economico al popolo siciliano ed è impossibile porre rimedio a un tale scempio. La Mafia è un prodotto del capitalismo che può essere distrutto solo tramite una rivoluzione che venga dal basso contro il la Mafia stessa e il sistema politico che lo alimenta. Solo così si può ottenere la libertà…

Manca qualcosa…sempre le stesse parole!ultima modifica: 2006-12-15T22:33:35+00:00da klone123@v
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7 pensieri su “Manca qualcosa…sempre le stesse parole!

  1. 3 gennaio 2007

    «Buonasera, produco olio». Invece è il figlio del boss
    La denuncia di due sorelle francesi: scoprono il rampollo Di Caro, da allora sono minacciate
    di Marzio Tristano
    Il figlio del boss è un ragazzo dai modi gentili, italiano perfetto e una copertura ideale: produttore di olio d’oliva biologico. Voleva fare il gran salto nella buona società internazionale ed aveva trovato il trampolino adatto: la società di produzione di eventi artistici di Selene e Maureen de Condat, sorelle francesi residenti a Palermo che curano l’immagine del grande coreografo francese Maurice Bejard. Nel 2004 avevano organizzato il tour “Sulle tracce del Gattopardo”, su incarico della fondazione Irish georgian society di Desmond Guinness, il re delle birre, che tutela il patrimonio architettonico dei giardini nel mondo; un viaggio che avrebbe portato in Sicilia un gruppo di 40 mecenati americani, tra i quali John Harbin, chairman della società petroliera per la quale ha lavorato il vice-presidente americano Dick Cheney, per visitare ville e feudi nobiliari. Tra queste anche Cuccavecchia, la tenuta di Canicattì del boss Calogero “Lillo” Di Caro, potente capo della mafia agrigentina, amico del boss Pippo Calò, l’uomo della strage del rapido 904 del dicembre ’84, con buoni agganci nella politica siciliana; ma proprio all’ultimo momento, a depliant stampati, alle ragazze arriva una “soffiata”: «Attente alle gaffe, guardate che quelli sono i figli di un mafioso».
    La tappa di Cuccavecchia viene così precipitosament e disdetta, giusto in tempo: il proprietario della tenuta, Di Caro, oggetto di indagine proprio in quei giorni, finisce in carcere per associazione mafiosa e la tenuta viene sequestrata dalla procura di Palermo per mafia. In coincidenza con i guai giudiziari per i mafiosi, arrivano le prime minacce per le due sorelle, tutte raccontate agli investigatori della squadra mobile che sull’episodio hanno aperto un fascicolo di indagine. Segnali consueti a Palermo di «intimidazioni ambientali»: prima un uomo incrociandole per strada le ha sussurrato «siete finite». Poi hanno ricevuto una lettera di insulti e minacce di morte, in seguito si sono presentati a casa due misteriosi fattorini con una cassa di vino che nessuno aveva ordinato e quando hanno incontrato un vicino che ha rivolto loro qualche domanda sono scappati. A fine giugno scorso, infine, mentre erano a Parigi, una telefonata le ha avvertite che la serratura di casa era stata scassinata e che qualcuno era entrato nell’appartame nto.
    Selene de Condat, 30 anni, occhi neri, è la manager, la sorella Maureen, più minuta, è addetta alle public relations: sono figlie di Daniell, antropologa e consulente della giunta Orlando e componente della consulta europea del nomadismo. Non ci hanno pensato un momento a denunciare tutto. Quella che hanno messo a verbale una mattina di aprile negli uffici della Mobile è una storia di mafia, nobili gattopardi e buona borghesia palermitana, da sempre sedotta da potere e miliardi, segni caratteristici di nuovi e vecchi boss.
    Ma chi è Calogero Di Caro? Capo della mafia in provincia di Agrigento fino al suo arresto, avvenuto due anni fa nell’operazion e “Alta mafia”, Lillo Di Caro è uno dei boss storici di Cosa Nostra della Sicilia occidentale. Riuscì a sopravvivere all’offensiva della Stidda che gli uccise lo zio, il boss Giuseppe, ed egli stesso porta i segni sotto l’occhio destro di un colpo di pistola che gli “stiddari” Giuseppe Grassonelli e Giovanni Avarello gli spararono nel marzo ’91 tentando di ucciderlo. Sopravvissuto all’agguato, Di Caro si ritirò nella sua tenuta coltivando rapporti politici con l’on. Vincenzo Lo Giudice (Udc) arrestato con lui nell’operazion e Alta mafia, e seguendo amorevolmente la scalata sociale dei figli. «Senza vergogna e con orrore – prosegue Maureen – possiamo dire di essere state utilizzate come ponte verso l’alta società europea».
    Dopo il rifiuto di inserire Cuccavecchia nel tour, dagli amici comuni sono arrivate poche e nascoste solidarietà e molti rimbrotti: ma chi ve l’ha fatto fare? «In parecchi nei salotti cosiddetti “bene” – raccontano Selene e Maureen – ci hanno detto che questi non erano argomenti di cui parlare, e che le persone andavano frequentate senza andare tanto per il sottile sull’origine delle proprie fortune». Il racconto delle de Condat apre una finestra sul mondo dorato dei salotti palermitani, frequentati da chi, «dopo avere manifestato per le vittime di mafia la mattina, la sera fa baldoria insieme a chi spende migliaia di euro, molto probabilmente sporchi di sangue. Ho conosciuto i Di Caro ad una festa privata a palazzo Asmundo anni fa – racconta Maureen – il loro commercialista era un mio conoscente e me li ha presentati come famosi produttori d’olio d’oliva. Un savoir faire indiscutibile. Come potevo immaginare che i figli di un boss fossero riveriti da nobili e professionisti di una città martire come Palermo?».
    In quel periodo le due sorelle stavano organizzando il tour, l’obbiettivo era quello di far conoscere alcune residenze nobiliari palermitane ai facoltosi soci della fondazione. Ville e casali dei nomi più noti: il 28 marzo 2004 cena a palazzo Lanza Tomasi, il 29 marzo a casa della famiglia Martorana, il 30 dagli Spedalotto a Bagheria, il 31 dai Tasca d’Almerita e da Alliata nel palazzo Pietratagliata. Il 1 aprile da Vanni Calvello, l’ultimo giorno a Villa Niscemi e la sera a palazzo Ganci da Carinne Vanni Calvello. Ora Maureen e Selene sono andate via da Palermo: «Non vogliamo più vivere in Sicilia, in una città dove il riciclaggio di patrimoni giganteschi non è da non condannare neanche eticamente. L’antimafia non è un’etichetta: bisogna far seguire alle parole di condanna i fatti».
    http://www.unita.it
    segreteria@unit a.it

  2. Purtroppo abbiamo in Sicilia un classe politica e dirigente che ci sguazza con la mafia, questa sorta di seconda polizia illegale, che non ha nulla da invidiare agli squadroni della morte sudamericani.

    La Sicilia sarà libera quando non l’attuale sistema politico al pari del tempo dei romani scomparirà!!!!.
    La Sicilia ha sempre prosperato senza i romani/taliani.

  3. Bisogna svenare le mafie togliendo la loro merce dal mercato illegale: le sostanze “psicotrope” vanno messe in farmacia, GRATIS, prescrivibili solo dai dottori per casi specifici.
    Fine dello sballo per tutti e fine del 90% dei guadagni mafiosi.

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